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LA FESSURA PDF Stampa E-mail

Di Angelo, giovedì 22 luglio 2010

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Un sottile raggio di luce filtra attraverso la minuscola fessura colpendogli l’occhio chiuso. L’occhio si apre e subito si richiude ferito da tanta luminosa intensità. Il calore è insopportabile. Allunga la mano per cercare la tanica. Beve e subito il potere refrigerante del liquido fa sentire il suo effetto. Il liquido della tanica gli serve anche da nutrimento, ma non sa quanto ne rimanga ancora. Non sa chi è, non sa dove si trova né come sia finito lì dentro e la fessura è troppo piccola per consentirgli di vedere i dettagli del mondo esterno e dell’ambiente in cui si trova. Ha fatto alcuni tentativi per scoprire dove si trova. Si è allontanato dalla parete tenendo sempre come punto di riferimento la luce proveniente dalla fessura. E’ avanzato, ma non per molto, perché allontanandosi si riduceva la percezione di quella luce e allora  un cieco terrore si è impadronito di lui al pensiero che si sarebbe potuto smarrire in quel buio perdendo per sempre di  vista quell’ormai debole baluginio indistinto.  E’ ritornato sui suoi passi senza incontrare quello che ha sperato ci fosse: una parete che gli avrebbe dato la certezza di trovarsi in una stanza. Se si fosse trattato di uno spazio immenso? Infinito? La domanda gli ha procurato un attacco di vertigini anche se ne ha compreso l’assurdità. Per un po’ ha rinunciato ad esplorare il posto. Ma ora una nuova idea sta prendendo forma nella sua mente: potrebbe percorrere il perimetro di quel luogo finché non ritrovi la fessura. Poteva trattarsi di una parete lunga anche centinaia di metri, chi poteva saperlo. Decide di aspettare il nuovo giorno prima di iniziare l’esplorazione: avrebbe molto più tempo a disposizione. I suoi pensieri si gelano sulla parola “tempo”. Si rende conto che non ha a disposizione alcuno strumento per misurarne il trascorrere e che è indispensabile possederne uno per calcolare la durata del giorno e quindi della luce. L’unica soluzione possibile è contare i secondi con un ritmo il più possibile costante finché la luce svanisce. Inizia il conteggio e prosegue finché la luce proveniente dalla fessura si affievolisce lentamente fino a spegnersi: un impegno estenuante, che ha richiesto una notevole concentrazione, ma alla fine ce l’ha fatta, ed è riuscito a contare fino a quasi 60000.

L’indomani percorrerà la parete contando fino a 30000 e se non scoprirà nulla avrà tutto il tempo per ritornare alla fessura prima che faccia buio.  Si distende per riposare dopo aver bevuto dalla tanica qualche sorsata del liquido che ha vago sapore di lampone e banana. Cerca di rimanere sveglio in attesa che la fessura si illumini: vuole esplorare il più possibile e dovrà sfruttare tutte le ore di luce.

 

***********

 

Non è stato semplice concentrarsi sui numeri per cui arrivato a 8593 non era sicuro che si trattasse invece di 8953. Il buio è palpabile e la parete è proseguita costantemente senza spigoli né curve e questo gli fa supporre che si tratti di un ambiente circolare, di dimensioni notevoli, comunque. Arrivato a 12000 secondi avverte i morsi della fame e il bisogno di bere ma sopporta: vuole risparmiare il liquido della tanica. Si ferma un attimo per riposare cercando di non pensare a cosa avrebbe fatto quando quella sostanza nutriente si fosse esaurita. Arrivato a circa 13000 secondi scorge un puntino luminoso: è finalmente arrivato, la sua teoria sulla forma dell’ambiente è confermata. Anche in questo caso la fessura è talmente piccola da impedire la vista verso l’esterno. Poi si rende conto di un particolare che in un primo momento non aveva notato. E’ sicuro che la fessura non è posizionata alla medesima altezza di quando l’aveva lasciata. Questo può avere solo due spiegazioni: o il pavimento della stanza si è sollevato di un buon 20-30 centimetri oppure non si tratta della stessa fessura. Questa seconda ipotesi gli sembra la più razionale. Quindi la stanza potrebbe avere altre fessure e un perimetro maggiore di quello che ha supposto. Sempre contando, riprende l’esplorazione e intono a 27000 raggiunge una nuova fessura, questa volta posizionata molto più in alto

Tutto questo non fa che aumentare il suo disorientamento e la sua incertezza sul luogo in cui si trova, su chi o cosa lo tenga prigioniero.

Si rende conto che non ha ancora provato a gridare aiuto: forse qualcuno potrebbe sentire le sue suppliche e venire a soccorrerlo. Eppure, chissà perché, qualcosa lo trattiene dal farlo: forse il timore di scoprire che in quel posto non c’è nessuno? Come avrebbe reagito, infatti, se avesse fatto a quella scoperta?  Sarebbe caduto in depressione? Si sarebbe lasciato andare? Avrebbe atteso con rassegnazione la morte per fame e per sete? Oppure, fintanto che le forze lo avessero sostenuto, avrebbe continuato a cercare un’uscita e una spiegazione a ciò che gli è capitato?  Quest’ultimo pensiero gli procura un deciso moto di ribellione. No, deve reagire, deve provare!

A causa del lungo forzato silenzio, la sua voce sembra più ad un flebile belato, poi via via acquista potenza fino a diventare una richiesta disperata di aiuto.

Le sue peggiori paure diventano cruda realtà: è completamente solo, le sue angoscianti e reiterate richieste d’aiuto non sono servite a nulla, nessuno può sentirlo, perché in quel luogo non c’è nessuno. La sua disperazione cresce, insieme alla rabbia e al senso di impotenza e le sue grida si trasformano presto in un pianto incontrollato, i singhiozzi convulsi scuotono ogni fibra del suo corpo, corpo di cui, per ironia della sorte, non ricorda le fattezze. Alla fine cade sfinito sul pavimento dove lo coglie presto un sonno profondo. Sogna una donna seduta su una poltroncina di vimini in un lussureggiante giardino, sorride a un bambinetto di 3 anni che le sta offrendo dei fili d’erba. Alle sue spalle uno strano barista con un cappello da mago o forse da pagliaccio se ne sta immobile e muto dietro a un bancone ricoperto da una ruvida corteccia verdastra dalla quale escono lunghi schifosissimi bruchi muniti di strani occhi che hanno qualcosa di umano. Uno di questi cresce rapidamente assumendo l’aspetto di un lupo enorme dal volto insolitamente umano. Sente l’impulso di fuggire e subito si lancia in una frenetica corsa inseguito da quella bestia che gli pone domande inquietanti sulla sua vita, domande alle quali non sa rispondere e questo non fa che aumentare l’ira del lupo gigantesco che lancia latrati terrificanti e sta recuperando terreno. Accelera la sua corsa, con angoscia crescente, per sfuggire alla bestia famelica. D’improvviso una solida parete di roccia si erge davanti a lui. Non sarebbe riuscito ad evitarla, ormai è spacciato. Urla. Si sveglia sudato, con il cuore che batte velocemente e ci vogliono alcuni istanti prima che riprenda il suo ritmo regolare. Il buio è fitto. Quanto avrà dormito? Non sa darsi una risposta, ma dai crampi della fame capisce che si è trattato di un lungo sonno che è servito se non altro ha fargli recuperare le forze. Non avverte nemmeno più i dolori alle giunture e alle ossa dovuti all’aver dormito sul duro pavimento, ormai ci ha fatto l’abitudine. Attende che la luce dell’alba filtri attraverso la fessura prima di riprendere il cammino, deciso a raggiungere il punto da cui è partito.

 

****************

Dopo aver incontrato cinque nuove fessure, di cui ben tre in un  unico punto del percorso,  

ancora troppo minuscole purtroppo per illuminare quel buio assoluto, smette di contare: che senso ha continuare a farlo? Non sarebbe stato più in grado di riconoscere la fessura dalla quale è partito. E’ stanchissimo, i tre punti di luce, testimonianza di un ambiente esterno che spera di raggiungere presto, sbiadiscono lentamente fino a spegnersi con il sopraggiungere della notte.  Il sonno lo coglie mentre sta congetturando una nuova teoria. Quando si sveglia la luce che penetra dalle minuscole fessure taglia l’oscurità come fili di una gigantesca ragnatela che si perdono nell’ignoto. Gli ritorna alla mente quell’abbozzo di teoria che ha sfiorato la sua mente appena prima di addormentarsi e la trova totalmente priva di senso, segno che la ragione lo sta abbandonando, se non è già accaduto. Si sente debole, cerca la tanica, sicuro che il liquido, di cui non conosce ancora la natura, gli ridarà le forze. Non la trova. Lo coglie il panico. Cerca a tentoni nel buio, ma inutilmente. Deve averla scordata durante l’ultima sosta. Disperato, ormai al limite delle forze, ritorna sui suoi passi alla ricerca dell’unica fonte di nutrimento. Oltrepassa ben tre fessure prima di riuscire a trovarla e subito la solleva per bere alcune sorsate del prezioso liquido. Subito si sente meglio e un moto di gratitudine verso la bevanda che l’ha salvato nasce spontaneo dentro di lui. Scuote il recipiente per farsi un’idea di quanto gliene rimanga ancora. Scopre che non ce n’è molto: meglio razionarlo. Si dà dello stupido per aver sprecato energie preziose: una simile dimenticanza non dovrà più ripetersi. Ritorna sui suoi passi per riprendere l’esplorazione da dove è arrivato. Fatto un tratto di strada, avverte qualcosa di insolito. Prima, quando era ritornato a riprendere la tanica, gli era sembrato di sentirsi più leggero, di muoversi con più scioltezza e facilità come se una forza lo spingesse delicatamente in avanti; ora la stessa impercettibile forza agiva in senso inverso come volesse costringerlo a non proseguire. Stava forse vaneggiando? Oppure…oppure…Un pensiero improvviso gli attraversa la mente come una saetta in una notte d’estate. Certo! come non averlo capito prima! Stava semplicemente percorrendo una salita, leggera, ma una salita. Appoggiata la tanica, che potrebbe essere la causa di tale sensazione, fa alcune prove. Non c’è dubbio la strada sale verso l’alto e in quella notte senza fine non era riuscito ad avvertirlo. Riprende il cammino ricaricato da una nuova speranza. Dopo varie soste gli sembra che l’oscurità intorno a lui cominci a diradarsi grazie a una nuova sorgente luminosa. Sente i muscoli indolenziti dallo sforzo dovuto al lungo cammino durato giorni e giorni. La tanica è sempre più leggera  segno che quel nutrimento, qualunque cosa sia, presto sarebbe finito e poi avrebbe dovuto affrontare la lotta più dura: quella contro la fame e la sete.  Non è ancora sicuro che le tenebre si stiano rischiarando, potrebbe trattarsi di un’illusione.

 

****************

 

 

Cammina ancora per due giorni prima di convincersi che non si è sbagliato: una luce proveniente dall’alto sta illuminando l’ambiente circostante. Ora è in grado di capire dove si trova: sta percorrendo una strada asfaltata che sale a spirale in quella che sembra essere una gigantesca torre. A circa trenta metri di distanza si vede l’enorme colonna centrale che sostiene la struttura La consapevolezza di essere giunto alla fine della sua brutta avventura lo commuove fino alle lacrime e una gioia incontenibile gli pervade le membra tanto da mettersi a saltare per la felicità. Lo sforzo gli procura  una leggera vertigine che quasi lo fa cadere. Si rende conto che da molto tempo non si sta nutrendo, accecato dal desiderio di raggiungere la fine di quella strada e immergersi nella luce. Beve l’ultimo sorso di quel delizioso nettare: la tanica è ormai vuota. Ma che gli importa, fra poco avrebbe raggiunto l’esterno e qualcuno sarebbe venuto in suo soccorso, l’avrebbero aiutato a ricordare. Forse avrebbe incontrato la donna del sogno...Mentre fa questi pensieri la luce è aumentata di intensità, ormai manca poco alla fine dell’incubo, se lo sente. Invece deve aspettare che finisca un’altra notte. Il giorno successivo riprende il cammino nella luce che piano piano cresce d’intensità finché dopo una nuova ansa della strada diviene talmente violenta da costringerlo a chiudere gli occhi. Riesce a riaprirli solo dopo un certo tempo e non prima di una serie interminabile di tentativi andati falliti. La luce, ancora insopportabile proviene dall’alto. Aspetta pazientemente che gli occhi si abituino all’intenso bagliore prima di guardare nuovamente. Dall’enorme imboccatura a volta dell’uscita la strada sale ad incontrare il cielo di un intenso e luminoso colore azzurro. Percorre l’ultimo centinaio di metri correndo nonostante sia stremato: la gioia di essere finalmente arrivato è il carburante che mette in moto gli arti doloranti e piegati dalla stanchezza. Arrivato alla fine della salita chiude gli occhi e si getta al suolo e così rimane: il viso rivolto all’ingiù, appoggiato al braccio ripiegato per coprirsi gli occhi umidi di pianto per la gioia della conquista. Ci sarà tempo per guardarsi attorno, ora non vuole farlo. Deve placare l’emozione che gli attanaglia il cuore e riacquistare la lucidità e la calma necessarie per affrontare la visione dell’esterno sulle cui caratteristiche non ha la minima idea. Passa un tempo indefinito in quella posizione, avverte il calore dell’asfalto scaldargli il petto, fuori deve essere estate, il calore del sole scalda la sua schiena e la sua nuca, una sensazione diversa da quella che ricorda, come se si trattasse di un sole alieno. A fatica si rialza, ha gli occhi ancora chiusi.  Molto lentamente solleva le palpebre, la luce ferisce i suoi occhi e con molta  fatica alla fine riesce ad aprirli. Intorno a lui solo deserto, non il deserto sabbioso che nelle immagini ripescate dai suoi ricordi sbiaditi ha un aspetto magico e meditativo, ma un’estensione di terra dura, grigia e sassi che si perde all’orizzonte. Solo arido, inutile, squallido deserto si presenta al suo sguardo allibito, segnato dalla disperazione. Dov’è finito? E’ questo l’esterno? Questa desolata landa dove non si scorge alcuna forma di vita? Dove sono gli altri, dov’è la donna bionda? Che ci fa lì? Cosa avrebbe fatto ora? Domande senza risposta che si affastellano nella sua testa come un turbine che travolge ogni consapevolezza, ogni significato delle cose. Si guarda le mani come fosse la prima volta, si tocca il viso che non può ancora vedere: non c’è uno specchio d’acqua nei paraggi e forse neppure per chilometri e chilometri. Forse l’acqua è sparita dalla Terra? Pronuncia a voce alta quel nome:-Terra- Si tratta veramente della Terra, ne è sicuro? Dove sono finiti allora gli alberi, le piante, gli animali, gli insetti, il vento. Non c’è vento su questa terra cruda riarsa dal sole. Comincia a ricordare, Anefir è il suo nome,

Mizar era il nome della donna che aveva sognato. Poi una serie di immagini riportano la consapevolezza, ricordi che non sono piacevoli, anzi sono dolorosi e spaventosi. Sangue sulle sue mani, la donna sgozzata tra le sue braccia, il coltello caduto al suolo con la lama rossa del suo sangue che esce ancora copioso dalla ferita. –Mizar, perché è successo tutto questo? Io ti amavo, non avrei mai potuto farti male. Ma tu…ma tu…continuavi a schernirmi, ricambiavi il mio amore con insulti e derisione. Si guarda le mani cercando tracce del suo sangue, ma trova solo polvere e segni di escoriazioni e graffi che si è procurato probabilmente durante la salita. I ricordi fluiscono disordinatamente. L’aula di un tribunale, l’accusa: omicidio. Dov’è finito tutto questo? E’ successo veramente? In quale passato, se intorno a lui non c’è che deserto. Si guarda in giro e scorge la targa scolorita e arrugginita nei pressi della mastodontica imboccatura della galleria dalla quale è appena uscito. Si avvicina, trascinando i piedi. Legge.- Qalatamsem settore 2.- Qalatamsem è il nome della sua città, la città dove è nato dove vivono i suoi genitori, dove lavora, dove incontra gli amici, dove ha conosciuto Mizar, la sua ossessione e la sua condanna. Ma dov’è finito tutto questo? Poi un nuovo ricordo gli provoca un brivido di paura. Si toglie la casacca di cotone ruvido, la osserva attentamente tenendola tra le mani sul retro c’è la scritta “Esiliato n. 1258”. Ecco, questa è la sua condanna: espulso da Qalatamsem tra i reietti di un mondo senza vita, tra coloro che sono dispersi da qualche parte su questo deserto arido sul quale probabilmente sono morti. Percorre  a caso un tratto di strada, sentendosi sempre più debole e affamato. Ha indossato nuovamente la casacca il sole è caldo ma l’aria è fredda e pungente. Probabilmente l’inverno è appena passato oppure è alle porte. Come può saperlo se non ci sono i colori caldi dell’autunno inoltrato, o il verde brillante dei prati macchiato dal giallo delle primule che annunciano la primavera? Percorre ancora pochi passi prima di trovare uno scheletro umano ricoperto dalla polvere, indossa ancora la casacca verde scuro. “Esiliato n. 1025”, legge. Un nuovo ricordo si insinua tra i sui pensieri. Nel buio del pozzo era talmente concentrato nella ricerca delle fessure che non si era dato neppure la briga di frugarsi nelle tasche. Del resto come avrebbe potuto leggere il Certificato di Espulsione in quel buio assoluto? Infila la mano destra in tasca, ma non trova nulla, infila l’altra mano nella tasca sinistra. Avverte il contatto con la pergamena ripiegata. La sfila e la apre.

 

I° TRIBUNALE DI QALATAMSEM sezione 2

 

Oggi, giorno 85256 del 10° SDB (secolo dopo bomba n.d.a) il qui presente Anefir Taqinetwa, nato a Qalatamsem il  giorno 70656 del 10° SDB, residente a Qalatamsem sez. 2 in via Abdel 'Adil Aït Hammou 15 interno 2025, viene condannato da questo Tribunale alla condanna dell’Esilio per l’accusa di omicidio volontario di Azir Damiqant nata a Taytqwe 12a sezione il giorno 75264 del 10° SDB e residente a Qalatamsem sez. 2 in via Abdel 'Adil Aït Hammou 15 interno 2015……

 

Interrompe la lettura: nuovi ricordi affiorano. La mastodontica porta in acciaio che si apre con un clangore che gli mette ancora brividi, i due poliziotti in tuta protettiva che lo accompagnano per un tratto lungo la galleria che lo porterà all’esterno. L’iniezione che lo fa stramazzare a terra privo di forze e che cancellerà i suoi ricordi per il tempo necessario ad uscire per poi lasciarli riaffiorare facendogli sentire il peso della sua colpa.  Prima di abbandonarlo al suo destino appoggiano accanto al suo corpo immobilizzato la tanica di Pajuoré, la bevanda che l’ha nutrito e dissetato solo per condurlo in questo inferno desolato. Ricorda il rinnovarsi del clangore giungergli attutito mentre cadeva nel sonno dell’oblio. Che povero illuso era stato, aveva creduto di trovarsi in una torre che lasciava penetrare attraverso le sue smagliature la luce dell’esterno. Dalle fessure del pozzo profondissimo dal quale è riemerso filtrava invece  la luce del giorno artificiale appositamente creato per gli abitanti del mondo sotterraneo, perché si illudessero di vivere all’esterno. La diffusissima e potente chiesa cristo-maomettana, depositaria di antichissimi testi sacri che parlavano di un cataclisma chiamato Bomba, presentava l’Esterno come il luogo sopra il cielo dove si andrà dopo la morte se si è vissuto nel peccato. Aveva sempre creduto, ma non era il solo, che l’esistenza di un mondo oltre il cielo fosse invece una leggenda creata dalla nuova nascente religione per spaventare e asservire i suoi fedeli. Ora invece Anefir può constatare che l’esterno esiste veramente, esistono un sole vero e delle vere stelle. Gli uomini ne avevano perso il ricordo e si erano accontentati dei trucchi creati ad arte dalla stessa tecnologia che aveva distrutto il pianeta. Anefir si sente un privilegiato: lui, insieme agli altri poveri disgraziati, condannati all’esilio, sono gli unici a conoscere la verità anche se drammatica. Mentre chiude gli occhi per sempre, sente di non provare invidia per quel mondo sotterraneo che vive nell’illusione di essersi salvato.

 


Ultima modifica : sabato 24 luglio 2010

   

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