Un
sottile raggio di luce filtra attraverso la minuscola fessura colpendogli
l’occhio chiuso. L’occhio si apre e subito si richiude ferito da tanta luminosa
intensità. Il calore è insopportabile. Allunga la mano per cercare la tanica.
Beve e subito il potere refrigerante del liquido fa sentire il suo effetto. Il
liquido della tanica gli serve anche da nutrimento, ma non sa quanto ne rimanga
ancora. Non sa chi è, non sa dove si trova né come sia finito lì dentro e la
fessura è troppo piccola per consentirgli di vedere i dettagli del mondo
esterno e dell’ambiente in cui si trova. Ha fatto alcuni tentativi per scoprire
dove si trova. Si è allontanato dalla parete tenendo sempre come punto di
riferimento la luce proveniente dalla fessura. E’ avanzato, ma non per molto,
perché allontanandosi si riduceva la percezione di quella luce e alloraun cieco terrore si è impadronito di lui al
pensiero che si sarebbe potuto smarrire in quel buio perdendo per sempre
divista quell’ormai debole baluginio
indistinto.E’ ritornato sui suoi passi
senza incontrare quello che ha sperato ci fosse: una parete che gli avrebbe
dato la certezza di trovarsi in una stanza. Se si fosse trattato di uno spazio
immenso? Infinito? La domanda gli ha procurato un attacco di vertigini anche se
ne ha compreso l’assurdità. Per un po’ ha rinunciato ad esplorare il posto. Ma
ora una nuova idea sta prendendo forma nella sua mente: potrebbe percorrere il
perimetro di quel luogo finché non ritrovi la fessura. Poteva trattarsi di una
parete lunga anche centinaia di metri, chi poteva saperlo. Decide di aspettare
il nuovo giorno prima di iniziare l’esplorazione: avrebbe molto più tempo a
disposizione. I suoi pensieri si gelano sulla parola “tempo”. Si rende conto
che non ha a disposizione alcuno strumento per misurarne il trascorrere e che è indispensabile possederne uno per calcolare la durata del
giorno e quindi della luce. L’unica soluzione possibile è contare i secondi con
un ritmo il più possibile costante finché la luce svanisce. Inizia il conteggio
e prosegue finché la luce proveniente dalla fessura si affievolisce lentamente
fino a spegnersi: un impegno estenuante, che ha richiesto una notevole
concentrazione, ma alla fine ce l’ha fatta, ed è riuscito a contare fino a
quasi 60000.
L’indomani
percorrerà la parete contando fino a 30000 e se non scoprirà nulla avrà tutto
il tempo per ritornare alla fessura prima che faccia buio.Si distende per riposare dopo aver bevuto
dalla tanica qualche sorsata del liquido che ha vago sapore di lampone e
banana. Cerca di rimanere sveglio in attesa che la fessura si illumini: vuole
esplorare il più possibile e dovrà sfruttare tutte le ore di luce.
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Non è
stato semplice concentrarsi sui numeri per cui arrivato a 8593 non era sicuro
che si trattasse invece di 8953. Il buio è palpabile e la parete è proseguita
costantemente senza spigoli né curve e questo gli fa supporre che si tratti di
un ambiente circolare, di dimensioni notevoli, comunque. Arrivato a 12000
secondi avverte i morsi della fame e il bisogno di bere ma sopporta: vuole risparmiare
il liquido della tanica. Si ferma un attimo per riposare cercando di non
pensare a cosa avrebbe fatto quando quella sostanza nutriente si fosse
esaurita. Arrivato a circa 13000 secondi scorge un puntino luminoso: è finalmente
arrivato, la sua teoria sulla forma dell’ambiente è confermata. Anche in questo
caso la fessura è talmente piccola da impedire la vista verso l’esterno. Poi si
rende conto di un particolare che in un primo momento non aveva notato. E’
sicuro che la fessura non è posizionata alla medesima altezza di quando l’aveva
lasciata. Questo può avere solo due spiegazioni: o il pavimento della stanza si
è sollevato di un buon 20-30 centimetri oppure non si tratta della stessa
fessura. Questa seconda ipotesi gli sembra la più razionale. Quindi la stanza potrebbe
avere altre fessure e un perimetro maggiore di quello che ha supposto. Sempre
contando, riprende l’esplorazione e intono a 27000 raggiunge una nuova fessura,
questa volta posizionata molto più in alto
Tutto
questo non fa che aumentare il suo disorientamento e la sua incertezza sul
luogo in cui si trova, su chi o cosa lo tenga prigioniero.
Si
rende conto che non ha ancora provato a gridare aiuto: forse qualcuno potrebbe
sentire le sue suppliche e venire a soccorrerlo. Eppure, chissà perché, qualcosa
lo trattiene dal farlo: forse il timore di scoprire che in quel posto non c’è
nessuno? Come avrebbe reagito, infatti, se avesse fatto a quella scoperta?Sarebbe caduto in depressione? Si sarebbe lasciato
andare? Avrebbe atteso con rassegnazione la morte per fame e per sete? Oppure,
fintanto che le forze lo avessero sostenuto, avrebbe continuato a cercare un’uscita
e una spiegazione a ciò che gli è capitato?Quest’ultimo pensiero gli procura un deciso moto di ribellione. No, deve
reagire, deve provare!
A
causa del lungo forzato silenzio, la sua voce sembra più ad un flebile belato,
poi via via acquista potenza fino a diventare una richiesta disperata di aiuto.
Le
sue peggiori paure diventano cruda realtà: è completamente solo, le sue
angoscianti e reiterate richieste d’aiuto non sono servite a nulla, nessuno può
sentirlo, perché in quel luogo non c’è nessuno. La sua disperazione cresce,
insieme alla rabbia e al senso di impotenza e le sue grida si trasformano
presto in un pianto incontrollato, i singhiozzi convulsi scuotono ogni fibra
del suo corpo, corpo di cui, per ironia della sorte, non ricorda le fattezze. Alla
fine cade sfinito sul pavimento dove lo coglie presto un sonno profondo. Sogna
una donna seduta su una poltroncina di vimini in un lussureggiante giardino,
sorride a un bambinetto di 3 anni che le sta offrendo dei fili d’erba. Alle sue
spalle uno strano barista con un cappello da mago o forse da pagliaccio se ne
sta immobile e muto dietro a un bancone ricoperto da una ruvida corteccia
verdastra dalla quale escono lunghi schifosissimi bruchi muniti di strani occhi
che hanno qualcosa di umano. Uno di questi cresce rapidamente assumendo
l’aspetto di un lupo enorme dal volto insolitamente umano. Sente l’impulso di fuggire
e subito si lancia in una frenetica corsa inseguito da quella bestia che gli
pone domande inquietanti sulla sua vita, domande alle quali non sa rispondere e
questo non fa che aumentare l’ira del lupo gigantesco che lancia latrati
terrificanti e sta recuperando terreno. Accelera la sua corsa, con angoscia
crescente, per sfuggire alla bestia famelica. D’improvviso una solida parete di
roccia si erge davanti a lui. Non sarebbe riuscito ad evitarla, ormai è
spacciato. Urla. Si sveglia sudato, con il cuore che batte velocemente e ci vogliono
alcuni istanti prima che riprenda il suo ritmo regolare. Il buio è fitto.
Quanto avrà dormito? Non sa darsi una risposta, ma dai crampi della fame capisce
che si è trattato di un lungo sonno che è servito se non altro ha fargli
recuperare le forze. Non avverte nemmeno più i dolori alle giunture e alle ossa
dovuti all’aver dormito sul duro pavimento, ormai ci ha fatto l’abitudine. Attende
che la luce dell’alba filtri attraverso la fessura prima di riprendere il cammino,
deciso a raggiungere il punto da cui è partito.
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Dopo
aver incontrato cinque nuove fessure, di cui ben tre in ununico punto del percorso,
ancora
troppo minuscole purtroppo per illuminare quel buio assoluto, smette di
contare: che senso ha continuare a farlo? Non sarebbe stato più in grado di riconoscere
la fessura dalla quale è partito. E’ stanchissimo, i tre punti di luce,
testimonianza di un ambiente esterno che spera di raggiungere presto, sbiadiscono
lentamente fino a spegnersi con il sopraggiungere della notte.Il sonno lo coglie mentre sta congetturando
una nuova teoria. Quando si sveglia la luce che penetra dalle minuscole fessure
taglia l’oscurità come fili di una gigantesca ragnatela che si perdono nell’ignoto.
Gli ritorna alla mente quell’abbozzo di teoria che ha sfiorato la sua mente
appena prima di addormentarsi e la trova totalmente priva di senso, segno che
la ragione lo sta abbandonando, se non è già accaduto. Si sente debole, cerca
la tanica, sicuro che il liquido, di cui non conosce ancora la natura, gli ridarà
le forze. Non la trova. Lo coglie il panico. Cerca a tentoni nel buio, ma
inutilmente. Deve averla scordata durante l’ultima sosta. Disperato, ormai al
limite delle forze, ritorna sui suoi passi alla ricerca dell’unica fonte di
nutrimento. Oltrepassa ben tre fessure prima di riuscire a trovarla e subito la
solleva per bere alcune sorsate del prezioso liquido. Subito si sente meglio e un
moto di gratitudine verso la bevanda che l’ha salvato nasce spontaneo dentro di
lui. Scuote il recipiente per farsi un’idea di quanto gliene rimanga ancora. Scopre
che non ce n’è molto: meglio razionarlo. Si dà dello stupido per aver sprecato
energie preziose: una simile dimenticanza non dovrà più ripetersi. Ritorna sui
suoi passi per riprendere l’esplorazione da dove è arrivato. Fatto un tratto di
strada, avverte qualcosa di insolito. Prima, quando era ritornato a riprendere
la tanica, gli era sembrato di sentirsi più leggero, di muoversi con più
scioltezza e facilità come se una forza lo spingesse delicatamente in avanti;
ora la stessa impercettibile forza agiva in senso inverso come volesse
costringerlo a non proseguire. Stava forse vaneggiando? Oppure…oppure…Un
pensiero improvviso gli attraversa la mente come una saetta in una notte
d’estate. Certo! come non averlo capito prima! Stava semplicemente percorrendo
una salita, leggera, ma una salita. Appoggiata la tanica, che potrebbe essere
la causa di tale sensazione, fa alcune prove. Non c’è dubbio la strada sale verso
l’alto e in quella notte senza fine non era riuscito ad avvertirlo. Riprende il
cammino ricaricato da una nuova speranza. Dopo varie soste gli sembra che l’oscurità
intorno a lui cominci a diradarsi grazie a una nuova sorgente luminosa. Sente i
muscoli indolenziti dallo sforzo dovuto al lungo cammino durato giorni e
giorni. La tanica è sempre più leggerasegno che quel nutrimento, qualunque cosa sia, presto sarebbe finito e
poi avrebbe dovuto affrontare la lotta più dura: quella contro la fame e la sete.Non è ancora sicuro che le tenebre si stiano
rischiarando, potrebbe trattarsi di un’illusione.
****************
Cammina
ancora per due giorni prima di convincersi che non si è sbagliato: una luce
proveniente dall’alto sta illuminando l’ambiente circostante. Ora è in grado di
capire dove si trova: sta percorrendo una strada asfaltata che sale a spirale
in quella che sembra essere una gigantesca torre. A circa trenta metri di distanza
si vede l’enorme colonna centrale che sostiene la struttura La consapevolezza
di essere giunto alla fine della sua brutta avventura lo commuove fino alle
lacrime e una gioia incontenibile gli pervade le membra tanto da mettersi a
saltare per la felicità. Lo sforzo gli procura una leggera vertigine che quasi lo fa cadere.
Si rende conto che da molto tempo non si sta nutrendo, accecato dal desiderio
di raggiungere la fine di quella strada e immergersi nella luce. Beve l’ultimo
sorso di quel delizioso nettare: la tanica è ormai vuota. Ma che gli importa,
fra poco avrebbe raggiunto l’esterno e qualcuno sarebbe venuto in suo soccorso,
l’avrebbero aiutato a ricordare. Forse avrebbe incontrato la donna del
sogno...Mentre fa questi pensieri la luce è aumentata di intensità, ormai manca
poco alla fine dell’incubo, se lo sente. Invece deve aspettare che finisca un’altra
notte. Il giorno successivo riprende il cammino nella luce che piano piano
cresce d’intensità finché dopo una nuova ansa della strada diviene talmente
violenta da costringerlo a chiudere gli occhi. Riesce a riaprirli solo dopo un
certo tempo e non prima di una serie interminabile di tentativi andati falliti.
La luce, ancora insopportabile proviene dall’alto. Aspetta pazientemente che
gli occhi si abituino all’intenso bagliore prima di guardare nuovamente. Dall’enorme
imboccatura a volta dell’uscita la strada sale ad incontrare il cielo di un intenso
e luminoso colore azzurro. Percorre l’ultimo centinaio di metri correndo
nonostante sia stremato: la gioia di essere finalmente arrivato è il carburante
che mette in moto gli arti doloranti e piegati dalla stanchezza. Arrivato alla
fine della salita chiude gli occhi e si getta al suolo e così rimane: il viso
rivolto all’ingiù, appoggiato al braccio ripiegato per coprirsi gli occhi umidi
di pianto per la gioia della conquista. Ci sarà tempo per guardarsi attorno,
ora non vuole farlo. Deve placare l’emozione che gli attanaglia il cuore e
riacquistare la lucidità e la calma necessarie per affrontare la visione
dell’esterno sulle cui caratteristiche non ha la minima idea. Passa un tempo
indefinito in quella posizione, avverte il calore dell’asfalto scaldargli il
petto, fuori deve essere estate, il calore del sole scalda la sua schiena e la
sua nuca, una sensazione diversa da quella che ricorda, come se si trattasse di
un sole alieno. A fatica si rialza, ha gli occhi ancora chiusi.Molto lentamente solleva le palpebre, la luce
ferisce i suoi occhi e con molta fatica
alla fine riesce ad aprirli. Intorno a lui solo deserto, non il deserto
sabbioso che nelle immagini ripescate dai suoi ricordi sbiaditi ha un aspetto
magico e meditativo, ma un’estensione di terra dura, grigia e sassi che si
perde all’orizzonte. Solo arido, inutile, squallido deserto si presenta al suo
sguardo allibito, segnato dalla disperazione. Dov’è finito? E’ questo
l’esterno? Questa desolata landa dove non si scorge alcuna forma di vita? Dove
sono gli altri, dov’è la donna bionda? Che ci fa lì? Cosa avrebbe fatto ora? Domande
senza risposta che si affastellano nella sua testa come un turbine che travolge
ogni consapevolezza, ogni significato delle cose. Si guarda le mani come fosse
la prima volta, si tocca il viso che non può ancora vedere: non c’è uno
specchio d’acqua nei paraggi e forse neppure per chilometri e chilometri. Forse
l’acqua è sparita dalla Terra? Pronuncia a voce alta quel nome:-Terra- Si
tratta veramente della Terra, ne è sicuro? Dove sono finiti allora gli alberi,
le piante, gli animali, gli insetti, il vento. Non c’è vento su questa terra
cruda riarsa dal sole. Comincia a ricordare, Anefir è il suo nome,
Mizar
era il nome della donna che aveva sognato. Poi una serie di immagini riportano
la consapevolezza, ricordi che non sono piacevoli, anzi sono dolorosi e
spaventosi. Sangue sulle sue mani, la donna sgozzata tra le sue braccia, il
coltello caduto al suolo con la lama rossa del suo sangue che esce ancora
copioso dalla ferita. –Mizar, perché è successo tutto questo? Io ti amavo, non
avrei mai potuto farti male. Ma tu…ma tu…continuavi a schernirmi, ricambiavi il
mio amore con insulti e derisione. Si guarda le mani cercando tracce del suo
sangue, ma trova solo polvere e segni di escoriazioni e graffi che si è
procurato probabilmente durante la salita. I ricordi fluiscono
disordinatamente. L’aula di un tribunale, l’accusa: omicidio. Dov’è finito
tutto questo? E’ successo veramente? In quale passato, se intorno a lui non c’è
che deserto. Si guarda in giro e scorge la targa scolorita e arrugginita nei
pressi della mastodontica imboccatura della galleria dalla quale è appena
uscito. Si avvicina, trascinando i piedi. Legge.- Qalatamsem settore 2.- Qalatamsem
è il nome della sua città, la città dove è nato dove vivono i suoi genitori,
dove lavora, dove incontra gli amici, dove ha conosciuto Mizar, la sua
ossessione e la sua condanna. Ma dov’è finito tutto questo? Poi un nuovo
ricordo gli provoca un brivido di paura. Si toglie la casacca di cotone ruvido,
la osserva attentamente tenendola tra le mani sul retro c’è la scritta
“Esiliato n. 1258”. Ecco, questa è la sua condanna: espulso da Qalatamsem tra i
reietti di un mondo senza vita, tra coloro che sono dispersi da qualche parte
su questo deserto arido sul quale probabilmente sono morti. Percorrea caso un tratto di strada, sentendosi sempre
più debole e affamato. Ha indossato nuovamente la casacca il sole è caldo ma
l’aria è fredda e pungente. Probabilmente l’inverno è appena passato oppure è
alle porte. Come può saperlo se non ci sono i colori caldi dell’autunno
inoltrato, o il verde brillante dei prati macchiato dal giallo delle primule
che annunciano la primavera? Percorre ancora pochi passi prima di trovare uno
scheletro umano ricoperto dalla polvere, indossa ancora la casacca verde scuro.
“Esiliato n. 1025”, legge. Un nuovo ricordo si insinua tra i sui pensieri. Nel
buio del pozzo era talmente concentrato nella ricerca delle fessure che non si
era dato neppure la briga di frugarsi nelle tasche. Del resto come avrebbe
potuto leggere il Certificato di Espulsione in quel buio assoluto? Infila la
mano destra in tasca, ma non trova nulla, infila l’altra mano nella tasca
sinistra. Avverte il contatto con la pergamena ripiegata. La sfila e la apre.
I° TRIBUNALE DI QALATAMSEM
sezione 2
Oggi,
giorno 85256 del 10° SDB (secolo dopo bomba n.d.a) il qui presente Anefir Taqinetwa,
nato a Qalatamsem il giorno 70656 del 10°
SDB, residente a Qalatamsem sez. 2 in via Abdel 'AdilAït Hammou 15 interno 2025, viene
condannato da questo Tribunale alla condanna dell’Esilio per l’accusa di
omicidio volontario di Azir Damiqant nata a Taytqwe 12a sezione il giorno 75264
del 10° SDB e residente a Qalatamsem sez. 2 in via Abdel 'AdilAït Hammou 15 interno 2015……
Interrompe la lettura: nuovi
ricordi affiorano. La mastodontica porta in acciaio che si apre con un clangore
che gli mette ancora brividi, i due poliziotti in tuta protettiva che lo
accompagnano per un tratto lungo la galleria che lo porterà all’esterno.
L’iniezione che lo fa stramazzare a terra privo di forze e che cancellerà i
suoi ricordi per il tempo necessario ad uscire per poi lasciarli riaffiorare facendogli
sentire il peso della sua colpa.Prima
di abbandonarlo al suo destino appoggiano accanto al suo corpo immobilizzato la
tanica di Pajuoré, la bevanda che l’ha nutrito e dissetato solo per condurlo in
questo inferno desolato. Ricorda il rinnovarsi del clangore giungergli attutito
mentre cadeva nel sonno dell’oblio. Che povero illuso era stato, aveva creduto
di trovarsi in una torre che lasciava penetrare attraverso le sue smagliature
la luce dell’esterno. Dalle fessure del pozzo profondissimo dal quale è
riemerso filtrava invece la luce del giorno
artificiale appositamente creato per gli abitanti del mondo sotterraneo, perché
si illudessero di vivere all’esterno. La diffusissima e potente chiesa cristo-maomettana,
depositaria di antichissimi testi sacri che parlavano di un cataclisma chiamato
Bomba, presentava l’Esterno come il luogo sopra il cielo dove si andrà dopo la
morte se si è vissuto nel peccato. Aveva sempre creduto, ma non era il solo,
che l’esistenza di un mondo oltre il cielo fosse invece una leggenda creata dalla
nuova nascente religione per spaventare e asservire i suoi fedeli. Ora invece Anefir
può constatare che l’esterno esiste veramente, esistono un sole vero e delle
vere stelle. Gli uomini ne avevano perso il ricordo e si erano accontentati dei
trucchi creati ad arte dalla stessa tecnologia che aveva distrutto il pianeta. Anefir
si sente un privilegiato: lui, insieme agli altri poveri disgraziati,
condannati all’esilio, sono gli unici a conoscere la verità anche se
drammatica. Mentre chiude gli occhi per sempre, sente di non provare invidia
per quel mondo sotterraneo che vive nell’illusione di essersi salvato.