Non
sopporto i romantici: parlano sempre di amore.
Sono tappeti che si calpestano a vicenda e si sporcano coi piedi degli altri.
Oggi tu, oggi io, domani loro.
Oggi noi,
domani voi. Io tu egli, ok basta.
La mia
ragazza dice che puzzo: questo fa riflettere, calcolando che non ho una
ragazza.
O si chiamano amiche adesso? Sarà la nuova moda dei teen-ager. Non invecchiano
mai.
Eternamente giovani. Verrò a ridere sulle vostre tombe dorate. Dopo leggerò
anche il nome.
Qui giace
la mia ragazza: abita al piano di sotto, ma non significa che sta sempre sotto.
Magari certo: non è che possiamo invertire sempre i ruoli. Sarebbe preoccupante
per entrambi.
Ogni volta in ascensore potrebbe tradirmi: chi potrà incontrare?
Un
maniaco dalle lunghe mani?
Il
palazzo è frequentato da vecchi e qualche anziano, da centenari e qualche
ottuagenario.
Insomma
pullula di adolescenti ganzi e gagliardi: un cimitero vivente di cemento
grigio.
Non c’è
nessuno a casa: potrei invitarla, farla entrare, spogliarla, farla vestire,
svestirla. E poi?
Busso
alla sua porta ma non c’è nessuno: deve essere uscita. La sfondo (la porta), ma
non c’è.
Maledetta. Mi fumo una sigaretta davanti alla sua porta. Passa un’ora: non
arriva. Fanculo.
Ci vorrebbe l’hostess bionda col culo russo che parla molte lingue. Già, le
lingue.
Non ho il
suo numero, e se lo avessi viaggerei più spesso con lei.
Fa caldo,
non ho sapori sulla lingua, e sulla pelle un po’ di caramelle al miele.
La luna
mente, forse è solo lontana ora, e attende fiduciosa il tramonto.
Ma un tramonto
non è per sempre. Come l’alba del resto.
Effimera
come l’uso che faccio di questo nome, o di alcune sillabe a me care.
Madonna, non piangere col bambino. È già finito il mondo per lamentarsi, dovevi
pensarci prima bambola. Ora sono una pupa che scrive, il mio rossetto fucsia mi
aiuta ad ammiccare.
Ho anche
del trucco nella mia borsetta, ma sono titubante: e se pensano che sono trans?
Transitivo
forse. E mi piace mascherarsi, vestirsi da donna e fare porcate. Niente male
direi.
Mi
restano esattamente sedici minuti per sgomberare questa casa di merda.
Ora sono quindici: conto i secondi, ma poi opto per il cronometro. Quattordici
minuti.
Non so esattamente dove andrò: è bello pensarci.
In tasca
qualche biglietto da 50 e nel culo tanta voglia di partire.
Tredici
minuti: dicono porti bene il tredici. Beh, è già finito.
Dodici minuti: devo contare di uno in uno? No, mi rompo e così anche voi.
Stiamo a
dieci, e mi viene fame: niente panini, solo pasta.
A morte i
carboidrati, me li scoperei, come la flora batterica.
Sette
minuti: ho appena pisciato un po’di veleno dal mio pesce sempreverde
radioattivo.
Sento la
radio: ci sta bene Alive.
Mezzo
morto, mezzo vivo. Un Frankenstein drogato da discoteca.
Cinque
minuti. Gli ultimi fottutissimi cinque minuti prima di uscire da questa topaia.
Addio al
bagno, al letto dalle mille scopate, alla cucina e alle sue abbuffate.
Addio al
balcone e al fumo che ho ingerito come fosse aria d’autunno.
Tre minuti, e non mi sento affatto bene.
Un
minuto, e quel che resta degli ultimi secondi qui dentro. Spengo tutto.
Addio casa, domani tornerò. Forse.
bravo zara!...mi piace come scrivi, anzi oso dire di più: sei una rivelazione! Sono rimasto sorpreso dall'uso eclettico del linguaggio, sei davvero forte nella prosa...ancora i miei complimenti sinceri!
=)
Di: Vanityfair !! (Registrato) 26-07-2010 10:57