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Anoressia. PDF Stampa E-mail

Di Hember, domenica 25 luglio 2010

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Stravaccata sulle piastrelle del bagno, mi perdevo nei miei pensieri angoscianti guardando la cenere della sigaretta cadere lentamente sul fondo del water.

Aspirare il fumo mi faceva stare bene, mi piaceva il sapore della nicotina sulla lingua... Ma soprattutto, mi piaceva alla follia il fatto che stessi facendo di nascosto qualcosa di così “proibito”, qualcosa che i miei genitori non avrebbero nemmeno immaginato. Mi avrebbero guardato allibiti, a metà fra il sorpreso e l’infuriato.

Amavo starmene lì seduta a pensare ai miei problemi, con la sola compagnia del fumo che usciva dalla mia bocca. Nessuno sapeva dei miei problemi, tutti credevano che stessi bene. Per loro, solo chi piangeva davanti a tutti o pubblicava su Internet i propri affari di cuore era una persona che non se la passava bene.

Ma cosa ne sapeva, la gente?

Spesso si sentivano in diritto di dire “sono depresso” solo perché c’era qualcuno che gli piaceva che non ricambiava. Ok, non si può giudicare il dolore altrui perché è soggettivo... Ma loro non potevano dire di conoscere i problemi della vita.

Io ero quella buffona, quella sempre allegra, felice. Quella che nessuno avrebbe mai immaginato che nascondesse dentro quel che effettivamente nascondevo.

Ero una persona invidiosa, gelosa, possessiva, una persona che si rodeva l’anima per il più insignificante particolare. Ero una ragazza stanca, stufa, che si stava rovinando la vita perché non riusciva più a reggere il confronto con gli altri. Ero arrivata ad odiare la maggior parte delle mie amiche perché le reputavo più belle e fortunate di me... Avevo paura. Paura di arrivare al punto di non-ritorno, di toccare il fondo.

Non vedevo la mia vita in salita, bensì in discesa. Una lunga discesa. Mi vedevo correre lungo di essa prendendo sempre più velocità, sapendo che sarei arrivata ad un punto in cui le mie gambe non avrebbero più potuto rallentare. Alla fine della discesa... Vedevo il vuoto. Un burrone, oppure il mare aperto.

Il mare aperto mi ha sempre fatto paura. Mi ricorda il perdersi, l’annegare, gli squali. Ogni volta che andando al mare provavo ad andare al largo, tornavo indietro non appena sentivo che riuscivo a toccare il fondo solo con gli alluci. Eppure avrei tanto voluto riuscirci, sentire quella sensazione di libertà esposta al rischio.

 

Improvvisamente, suonò il campanello.

Buttai la sigaretta in una bustina che dopo avrei gettato nel cassonetto davanti casa e andai ad aprire. Era la mia migliore amica, come previsto. La salutai con un “oh”, era solo da qualche ora che non la vedevo.

Il fuoco era acceso, così ci mettemmo a chiacchierare sedute davanti al camino.

Dopo un po’ le dissi: <<Vuoi un po’ di tè?>>

<<Mh... Sì.>>

Mentre mettevo a bollire l’acqua chiacchieravamo spensieratamente. Lei non poteva immaginare.

Avrei tanto voluto dirglielo... Perché non ci riuscivo? Lei non mi avrebbe giudicato. Lei mi avrebbe senz’altro aiutato... Ma non riuscivo ad aprire bocca, come se non parlarne con lei significasse non parlarne neanche con me stessa... Come se tenendo tutto per me equivalesse al “Non è successo niente”.

Passammo un pomeriggio unico e divertente, come tutti gli altri che passavamo insieme, io e lei. Mi sentivo leggermente meglio, ma il mostro che mi divorava l’anima continuava a passare inchiostro nero su qualsiasi avvenimento positivo.

Il momento peggiore era la sera, a letto. Addormentarmi era praticamente impossibile, dormivo al massimo 3 ore e in quel poco tempo il mio sonno era disturbato da incubi continui. Il più delle volte mi svegliavo tremante, che sudavo freddo.

Quella notte feci un incubo diverso dagli altri. Non era propriamente un incubo, anzi, sembrò quasi un sogno. Ripensandoci adesso, per una persona “normale” sarebbe stato un qualcosa di spaventoso... Mentre a me piacque tanto da farmi scattare qualcosa dentro.

Sognai di scomparire.

Mi trovavo nel salotto, il buio cominciò ad avvolgermi fino ad inghiottirmi. Non c’era più nulla. Dopo un po’, i miei occhi si abituarono al buio e mi accorsi che il salotto non era sparito: il divano, la tv, i quadri, tutto era ancora lì. Mi guardai le mani, ma non vidi nulla. Non so con quali piedi, ma mi diressi verso lo specchio e vidi che non c’ero più. Non ero disperata né triste, ero soddisfatta. L’idea mi piaceva. Mi accorsi che non ero sparita del tutto, perché mettendomi di profilo si poteva notare una sottilissima linea grigiastra, una sorta di ombra che se ne stava lì senza aver più bisogno di nulla.

Al mattino mi svegliai con il desiderio di guardarmi allo specchio e non scorgervi nulla. Invece ero ancora lì, ovviamente. Il mio viso paffuto, gli occhi scuri, le occhiaie profonde c’erano ancora. Toccai lo specchio con un dito e, in quel momento, decisi.

Io in quello specchio non volevo vedere più niente.

 

Iniziai a toccarmi i capelli. Erano lunghi e scuri, mossi in tante onde e boccoli. Piacevano a tutti. Anche a me piacevano, ma non per un fatto estetico: essendo così tanti, mi permettevano di nascondere il viso.

Come odiavo il mio viso. Mi ripetevo continuamente che i miei occhi non erano abbastanza grandi, le mie guance troppo morbide, il mio naso troppo grosso, le mie labbra non abbastanza carnose.

I capelli lunghi erano un grosso sostegno e non mi azzardavo mai a tirarli indietro.

Però... Io volevo scomparire. Quei capelli erano troppo evidenti. Dovevo fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Se li avessi tagliati corti, poi il viso sarebbe stato più evidente e non sarei scomparsa affatto.

No, non potevo tagliarli. Scomparire significava non essere più notata da nessuno... Un cambio così drastico avrebbe inevitabilmente attirato l’attenzione su di me.

Mi lavai e mi vestii, mi truccai e presi cappotto e borsa. Non volevo mangiare, quella mattina, ma sarebbe stato un problema... Mio padre mi avrebbe senz’altro costretto.

Arrivai in cucina con un sospiro di sollievo: lui era sul divano con un libro. Avrei potuto fare quel che volevo della mia tazza di latte. Stetti qualche minuto ferma, con la tazza in mano; poi, pian piano, versai tutto il contenuto nel lavandino.

 

Così iniziò il mio deterioramento.

Non avevo il coraggio di vivere.

Sedici anni, venticinque chili, con la metà della metà dei capelli che avevo prima, giacevo in un letto d’ospedale. E non vedevo via d’uscita.

Non avevo il coraggio di ammettere che lì fuori, oltre le mura di quell’ospedale freddo e muto, c’era qualcosa di più.

La vita non è un controllo continuo. Non è controllare sempre i numeri della bilancia, contare le calorie.

Non è digiunare, scansare quello che ti fa stare bene per paura che poi, perdendolo, tu possa stare male.

Già, preferivo stare male dal principio.

 

Vedete, a volte basta poco. Basta davvero poco.

 

Passi una giornata con sole duecento calorie nello stomaco, con i crampi allo stomaco, struggendoti con l’esercizio fisico. Ti inizia a piacere. Ti piace quel controllo. Anche se alla fine non sei tu a controllare la tua vita, è qualcun altro, è una malattia, è un mostro che di prepotenza ti ha strappato di mano le redini che ti servivano per condurre la tua esistenza. Tu, troppo debole, troppo insicura, troppo fragile... Non hai saputo dire di no. Non hai trovato il coraggio per riprenderti le redini, hai deciso di rimboccarti le maniche e fare tutto quello che il mostro ti ordinava di fare.

Hai perso il sorriso. Hai perso te stessa.

Il peggio è quando inizi a vedere la tua vita scivolare via e tu non vedi alternativa. L’anoressia era il tuo unico conforto, era la tua placenta. Non hai il coraggio di tagliare via il cordone ombelicale che ti tiene unita a lei, perché significherebbe rinascere, significherebbe affrontare una nuova vita.

Ecco, rimettersi a vivere è il problema. Vivere è soffrire, vivere è rischiare.

Mi chiedo... Perché la gente non pensa che vivere sia anche amare, ridere, giocare?

Se solo lo avessi capito molto tempo fa.

 

Non distuggetevi.

La vostra vita vale quanto quella di chiunque altro. Vale quanto quella della biondina con gli occhi azzurri che vi ha fregato il fidanzato. Vale quanto quella della modella con il fisico più bello. Vale quanto quella di chi vi ha spezzato il cuore.

Vale la pena essere felice pur avendo due chiletti di troppo. Credetemi.

Non serve cambiare drasticamente per trovare qualcuno che ci capisca davvero. A volte basta aspettare.

Basta aspettare e arriverà qualcuno che ti vorrà bene, anche se hai le cosciotte, anche se hai i fianchi morbidi.

Mangiate, avete ancora l’occasione di vivere ed essere felici.

Non arrivate a un passo dalla morte solo per le incomprensioni e le insicurezze.

non è una mia esperienza personale,è tutto inventato,però è un argomento che mi sta a cuore.spero vi sia piaciuto

Ultima modifica : lunedì 26 luglio 2010

   

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beh

Di: LaPioggia (Registrato) 01-08-2010 11:35

beh

Di: LaPioggia (Registrato ) 01-08-2010 11:35

Lo si capisce fin dal titolo che questa esperienza non è personale. Mi dispiace sarò molto critica. Hai scritto bene, si. Leggibile con facilità e fluido. Ma manca tutto in questo testo. Mi dispiace, capisco la voglia di dire la tua, di urlare qualcosa che ti sta a cuore, ma inventare una storia che parla di una realtà vissuta per "sentito dire" è un tentativo che (a mio parere) rimane troppo stiracchiato. A rileggerti.

 

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sarò

Di: Anansi (Registrato) 27-07-2010 09:52

sarò

Di: Anansi (Registrato ) 27-07-2010 09:52

molto sincera, per cui non te ne avere... conosco quella bestia fin troppo bene, s'intrecciano luoghi comuni forse (e lo sottolineo) con alcune confidenze. la tua penna mi piace, ma il racconto è da rivedere e personalmente avrei tolto l'ultimo paragrafo, lascia che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni, non forzare la mano, soprattutto quando si parla di un tema tanto difficile. apprezzata molto la volontà di scrivere sull'anoressia, in questo un applauso. a rileggerti.

 

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