Stravaccata sulle piastrelle del
bagno, mi perdevo nei miei pensieri angoscianti guardando la cenere della
sigaretta cadere lentamente sul fondo del water.
Aspirare il fumo mi faceva stare
bene, mi piaceva il sapore della nicotina sulla lingua... Ma soprattutto, mi
piaceva alla follia il fatto che stessi facendo di nascosto qualcosa di così
“proibito”, qualcosa che i miei genitori non avrebbero nemmeno immaginato. Mi
avrebbero guardato allibiti, a metà fra il sorpreso e l’infuriato.
Amavo starmene lì seduta a
pensare ai miei problemi, con la sola compagnia del fumo che usciva dalla mia
bocca. Nessuno sapeva dei miei problemi, tutti credevano che stessi bene. Per
loro, solo chi piangeva davanti a tutti o pubblicava su Internet i propri
affari di cuore era una persona che non se la passava bene.
Ma cosa ne sapeva, la gente?
Spesso si sentivano in diritto di
dire “sono depresso” solo perché c’era qualcuno che gli piaceva che non
ricambiava. Ok, non si può giudicare il dolore altrui perché è soggettivo... Ma
loro non potevano dire di conoscere i problemi della vita.
Io ero quella buffona, quella
sempre allegra, felice. Quella che nessuno avrebbe mai immaginato che nascondesse
dentro quel che effettivamente nascondevo.
Ero una persona invidiosa,
gelosa, possessiva, una persona che si rodeva l’anima per il più insignificante
particolare. Ero una ragazza stanca, stufa, che si stava rovinando la vita
perché non riusciva più a reggere il confronto con gli altri. Ero arrivata ad
odiare la maggior parte delle mie amiche perché le reputavo più belle e
fortunate di me... Avevo paura. Paura di arrivare al punto di non-ritorno, di
toccare il fondo.
Non vedevo la mia vita in salita,
bensì in discesa. Una lunga discesa. Mi vedevo correre lungo di essa prendendo
sempre più velocità, sapendo che sarei arrivata ad un punto in cui le mie gambe
non avrebbero più potuto rallentare. Alla fine della discesa... Vedevo il
vuoto. Un burrone, oppure il mare aperto.
Il mare aperto
mi ha sempre fatto paura. Mi ricorda il perdersi, l’annegare, gli squali. Ogni
volta che andando al mare provavo ad andare al largo, tornavo indietro non
appena sentivo che riuscivo a toccare il fondo solo con gli alluci. Eppure
avrei tanto voluto riuscirci, sentire quella sensazione di libertà esposta al
rischio.
Improvvisamente,
suonò il campanello.
Buttai la
sigaretta in una bustina che dopo avrei gettato nel cassonetto davanti casa e
andai ad aprire. Era la mia migliore amica, come previsto. La salutai con un
“oh”, era solo da qualche ora che non la vedevo.
Il fuoco era acceso, così ci
mettemmo a chiacchierare sedute davanti al camino.
Dopo un po’ le dissi:
<<Vuoi un po’ di tè?>>
<<Mh... Sì.>>
Mentre mettevo a bollire l’acqua
chiacchieravamo spensieratamente. Lei non poteva immaginare.
Avrei tanto voluto dirglielo...
Perché non ci riuscivo? Lei non mi avrebbe giudicato. Lei mi avrebbe senz’altro
aiutato... Ma non riuscivo ad aprire bocca, come se non parlarne con lei
significasse non parlarne neanche con me stessa... Come se tenendo tutto per me
equivalesse al “Non è successo niente”.
Passammo un pomeriggio unico e
divertente, come tutti gli altri che passavamo insieme, io e lei. Mi sentivo
leggermente meglio, ma il mostro che mi divorava l’anima continuava a passare
inchiostro nero su qualsiasi avvenimento positivo.
Il momento peggiore era la sera,
a letto. Addormentarmi era praticamente impossibile, dormivo al massimo 3 ore e
in quel poco tempo il mio sonno era disturbato da incubi continui. Il più delle
volte mi svegliavo tremante, che sudavo freddo.
Quella notte feci un incubo
diverso dagli altri. Non era propriamente un incubo, anzi, sembrò quasi un
sogno. Ripensandoci adesso, per una persona “normale” sarebbe stato un qualcosa
di spaventoso... Mentre a me piacque tanto da farmi scattare qualcosa dentro.
Sognai di scomparire.
Mi trovavo nel salotto, il buio
cominciò ad avvolgermi fino ad inghiottirmi. Non c’era più nulla. Dopo un po’,
i miei occhi si abituarono al buio e mi accorsi che il salotto non era sparito:
il divano, la tv, i quadri, tutto era ancora lì. Mi guardai le mani, ma non
vidi nulla. Non so con quali piedi, ma mi diressi verso lo specchio e vidi che
non c’ero più. Non ero disperata né triste, ero soddisfatta. L’idea mi piaceva.
Mi accorsi che non ero sparita del tutto, perché mettendomi di profilo si
poteva notare una sottilissima linea grigiastra, una sorta di ombra che se ne
stava lì senza aver più bisogno di nulla.
Al mattino mi svegliai con il
desiderio di guardarmi allo specchio e non scorgervi nulla. Invece ero ancora
lì, ovviamente. Il mio viso paffuto, gli occhi scuri, le occhiaie profonde
c’erano ancora. Toccai lo specchio con un dito e, in quel momento, decisi.
Io in quello specchio non volevo
vedere più niente.
Iniziai a toccarmi i capelli.
Erano lunghi e scuri, mossi in tante onde e boccoli. Piacevano a tutti. Anche a
me piacevano, ma non per un fatto estetico: essendo così tanti, mi permettevano
di nascondere il viso.
Come odiavo il mio viso. Mi
ripetevo continuamente che i miei occhi non erano abbastanza grandi, le mie
guance troppo morbide, il mio naso troppo grosso, le mie labbra non abbastanza
carnose.
I capelli lunghi erano un grosso
sostegno e non mi azzardavo mai a tirarli indietro.
Però... Io volevo scomparire.
Quei capelli erano troppo evidenti. Dovevo fare qualcosa, ma non sapevo cosa.
Se li avessi tagliati corti, poi il viso sarebbe stato più evidente e non sarei
scomparsa affatto.
No, non potevo tagliarli.
Scomparire significava non essere più notata da nessuno... Un cambio così
drastico avrebbe inevitabilmente attirato l’attenzione su di me.
Mi lavai e mi vestii, mi truccai
e presi cappotto e borsa. Non volevo mangiare, quella mattina, ma sarebbe stato
un problema... Mio padre mi avrebbe senz’altro costretto.
Arrivai in cucina con un sospiro
di sollievo: lui era sul divano con un libro. Avrei potuto fare quel che volevo
della mia tazza di latte. Stetti qualche minuto ferma, con la tazza in mano;
poi, pian piano, versai tutto il contenuto nel lavandino.
Così iniziò il mio
deterioramento.
Non avevo il coraggio di vivere.
Sedici anni, venticinque chili,
con la metà della metà dei capelli che avevo prima, giacevo in un letto d’ospedale.
E non vedevo via d’uscita.
Non avevo il coraggio di
ammettere che lì fuori, oltre le mura di quell’ospedale freddo e muto, c’era
qualcosa di più.
La vita non è un controllo continuo.
Non è controllare sempre i numeri della bilancia, contare le calorie.
Non è digiunare, scansare quello
che ti fa stare bene per paura che poi, perdendolo, tu possa stare male.
Già, preferivo stare male dal
principio.
Vedete, a volte basta poco. Basta
davvero poco.
Passi una giornata con sole
duecento calorie nello stomaco, con i crampi allo stomaco, struggendoti con l’esercizio
fisico. Ti inizia a piacere. Ti piace quel controllo. Anche se alla fine non
sei tu a controllare la tua vita, è qualcun altro, è una malattia, è un mostro
che di prepotenza ti ha strappato di mano le redini che ti servivano per condurre
la tua esistenza. Tu, troppo debole, troppo insicura, troppo fragile... Non hai
saputo dire di no. Non hai trovato il coraggio per riprenderti le redini, hai
deciso di rimboccarti le maniche e fare tutto quello che il mostro ti ordinava
di fare.
Hai perso il sorriso. Hai perso
te stessa.
Il peggio è quando inizi a vedere
la tua vita scivolare via e tu non vedi alternativa. L’anoressia era il tuo
unico conforto, era la tua placenta. Non hai il coraggio di tagliare via il
cordone ombelicale che ti tiene unita a lei, perché significherebbe rinascere,
significherebbe affrontare una nuova vita.
Ecco, rimettersi a vivere è il
problema. Vivere è soffrire, vivere è rischiare.
Mi chiedo... Perché la gente non
pensa che vivere sia anche amare, ridere, giocare?
Se solo lo avessi capito molto
tempo fa.
Non distuggetevi.
La vostra vita vale quanto quella
di chiunque altro. Vale quanto quella della biondina con gli occhi azzurri che
vi ha fregato il fidanzato. Vale quanto quella della modella con il fisico più
bello. Vale quanto quella di chi vi ha spezzato il cuore.
Vale la pena essere felice pur
avendo due chiletti di troppo. Credetemi.
Non serve cambiare drasticamente
per trovare qualcuno che ci capisca davvero. A volte basta aspettare.
Basta aspettare e arriverà
qualcuno che ti vorrà bene, anche se hai le cosciotte, anche se hai i fianchi
morbidi.
Mangiate, avete ancora l’occasione
di vivere ed essere felici.
Non arrivate a un passo dalla
morte solo per le incomprensioni e le insicurezze.
non è una mia esperienza personale,è tutto inventato,però è un argomento che mi sta a cuore.spero vi sia piaciuto
Lo si capisce fin dal titolo che questa esperienza non è personale. Mi dispiace sarò molto critica. Hai scritto bene, si. Leggibile con facilità e fluido. Ma manca tutto in questo testo. Mi dispiace, capisco la voglia di dire la tua, di urlare qualcosa che ti sta a cuore, ma inventare una storia che parla di una realtà vissuta per "sentito dire" è un tentativo che (a mio parere) rimane troppo stiracchiato. A rileggerti.
molto sincera, per cui non te ne avere... conosco quella bestia fin troppo bene, s'intrecciano luoghi comuni forse (e lo sottolineo) con alcune confidenze. la tua penna mi piace, ma il racconto è da rivedere e personalmente avrei tolto l'ultimo paragrafo, lascia che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni, non forzare la mano, soprattutto quando si parla di un tema tanto difficile. apprezzata molto la volontà di scrivere sull'anoressia, in questo un applauso. a rileggerti.
beh
Di: LaPioggia (Registrato) 01-08-2010 11:35