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L’asino che non fu d’oro PDF Stampa E-mail

Di trap, giovedì 29 luglio 2010

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- Geronimo, se non eri un asino stasera ti portavo fuori a cena!
Il somaro, così chiamato per l’abitudine di tenere un orecchio ritto e uno piegato, non era sordo: quella frase urlata a centodieci decibel gli provocò un repentino abbassamento dell’orecchio verticale, a tutela degli incolpevoli timpani. Sembrava più nemmeno lui. Il suo padrone, insensibile a quella reazione, gli buttò le braccia al collo, provocandogli la sdegnosa contrazione delle narici: santantonio, come gli puzzava l’alito di vinaccio schifoso, a quel cristiano!
Pippo, operaio che, sudatosi il diritto alla pensione, aveva sposato la campagna, era fuori di sé dalla contentezza. Ce l’aveva fatta: il suo malandato asinello stava ingoiando manciate di chicchi di caffè non tostato. Senza sputarli!
Non era stato facile: aveva speso un capitale girando le principali torrefazioni delle province di Lerano e di Bratta: acquistava tutte le varietà di caffè in chicchi che trovava e le offriva in pasto all’ignaro somarello. Che sistematicamente annusava e schifava come nemmeno gli escrementi fermentati delle capre. E se per caso gliene finiva qualcuno in bocca, lo espelleva all’istante, con un raglio di riprovazione.
L’ex addetto al controllo e pulizia dei molini della cementifera di Portirone, non era impazzito di colpo, nonostante gli anni trascorsi a mollo nel frastuono infernale delle macinacemento. Tutta colpa di suo nipote Carletto, uno che smanettava alla grande con quel coso… il compiute e tirava fuori certe cose, con quella roba là… osti, quel nome… tipo fernet o giù di lì. Siccome al nostro ometto piaceva tanto bere il caffè, magari corretto grappa o viceversa, un giorno il ragazzino era arrivato gridando:
“Zio Pippo, zio Pippo, leggi questa!”.
Faceva in fretta quel monello a dire “leggi”: Giuseppe Manaroli, la terza elementare gliel’avevano data buona perché doveva andare a lavorare in fretta. Però, con gli occhiali giusti, la luce giusta… e il nipote che leggeva per lui, la notizia l’aveva appresa:
“IL CAFFE’ PIU’ CARO AL MONDO VIENE DALL’INDONESIA ED E’ PRODOTTO DALLA DIGESTIONE DEL RODITORE LOWAK.
Il prodotto che sta facendo impazzire intenditori ed appassionati gourmet di tutto il mondo si chiama Kopi Lowak, viene dall’Indonesia, costa seicentocinquanta euro al chilogrammo ed ha una particolarità: è il più raro e costoso caffè del mondo. Nelle isole di Sumatra, Java e Sulawesi, dove le piantine di caffè crescono allo stato naturale, il piccolo e ghiottissimo roditore Lowak compie una sorta di certosina selezione dei migliori chicchi di caffè, mangiando solo quelli perfettamente maturi, ricchi di sali minerali e sostanze zuccherine. La fermentazione naturale che avviene nel percorso digestivo del piccolo animale dà vita ad una vera e propria opera d’arte: i chicchi si arricchiscono di enzimi zuccherini e acquistano un sapore deciso e cioccolatato. Espulsi dal Lowak, sono raccolti da squadre di ricercatori, puliti ed essiccati. 
Per chi se lo può permettere, visto che si tratta di un vero e proprio prodotto di lusso e alla moda - dai dieci ai quindici euro è il costo di una tazzina di caffè nei locali di tendenza - ne vale veramente la pena…”
Tre quarti delle parole non le aveva neanche capite, ma “seicentocinquanta euro al chilo” e “dieci – quindici euro la tazzina” gli si erano scolpite nel cervello come un’iscrizione marmorea. Non che fosse attaccato al denaro, intendiamoci: aveva avuto proprio poco a cui attaccarsi, nella sua vita. Giusto per questo adesso gli sembrava incredibile che ci si potesse procurare tanti soldi in un modo così semplice. Certo, lì da loro non cresceva il… come si chiamava quel coso? Lesse il ritaglio di giornale: l-o-w-a-k. Bestia che lingua che c’avevano da quelle parti! Poveretti, chissà che fatica facevano a parlare.
Lui però aveva il suo Geronimo, che, modestia a parte, andava di corpo  meglio di un cristiano, sempre bella dura e facile da sgargarci dentro, se serviva. Doveva solo insegnargli a bere il caffè. Cioè, non bere: mangiare; anzi, ingoiare i chicchi interi. Poi, ci pensava lui, Pippo, al recupero e a tutto il resto. Se quella sottospecie di topo forestiero riusciva a trasformare il caffè in oro, figurati cosa poteva fare il suo asino di prima classe.
Facile a parole: il Geronimo non voleva saperne del caffè. D’accordo, non ne aveva mai bevuto, perché lo faceva stare sveglio la notte; ma almeno intero, cosa ti costa mandarlo giù e dopo lasciar fare alla natura? Gli aveva parlato con le buone; gli aveva dato tanti di quegli zuccherini da far venire la carie a una statua di marmo; poi era passato alle carote col bastone; poi al bastone soltanto. Niente: Geronimo era irremovibile come un mulo. Che era anche una bella offesa, dai.
Pippo si era giocato la liquidazione per comperarsi un pezzo di terra con rudere da sistemare e adesso i soldi della pensione gli stavano finendo tutti nelle tasche delle torrefazioni e dei benzinai. Era sull’orlo della disperazione; mettici le prese per il didietro da parte dei suoi amici del bar e le urla rugginose della moglie inferocita, stava quasi per cedere. Fu ancora una volta il nipote a dargli la notizia che nella vicina città di Gazzenda avevano aperto una nuova torrefazione che lavorava solo caffè dell’Etiopia, in particolare il raro Yirgacheffe. Carletto era svelto di gambe e riuscì a schivare lo sberlone mollato dallo zio: “Ostrega, lo fai apposta a tirare fuori tutte quelle parole lì che ti viene un groppo alla lingua solo a pensarle!”. Però poi aveva deciso di fare quell’ultimo tentativo: “O la va o la spacca!” aveva esclamato sul muso di un perplesso Geronimo, che al verbo ‘spacca’ aveva avvertito un forte mal di schiena.
Invece, si era preso pure l’abbraccio del lunatico padrone, per aver ingoiato quegli schifosi sassolini marrone scuro. Mica che questi gli piacevano più degli altri: è che lui cominciava ad avere una certa età e nel cervello (sissignori, anche gli asini ne possiedono uno) il verbo ‘spacca’ continuava a mandare forti scosse al groppone. Meglio ingoiare il calice amaro (lo portavano sempre a Messa quando era la festa di S. Antonio) e darla vinta a quello zuccone di zio Pippo, che quando si fissava una cosa era più testardo di un mulo. Tanto, se li mandava giù interi, quei cosi, neanche sentiva il sapore.
Il coltivatore diretto Giuseppe Manaroli aspettò che il somaro scodellasse a dovere il suo oro marrone; controllò che i chicchi fossero interi; li lavò per bene e li mise a essiccare. Poi, si sbronzò da solo. Il giorno dopo era domenica: annunciò ai suoi amici intimi che nel pomeriggio, al Caffé Braga, gli avrebbe comunicato una grande notizia: il suo ingresso trionfale nel mondo dei ricchi!
Questo però se lo tenne per sé: doveva essere una sorpresa.

La solita partita a scopa della domenica pomeriggio: un orecchio alla radio per le partite, un occhio alla schedina sul tavolo e quattro al gioco. I montanari sono gente semplice e onesta, ma se capita l’occasione, la mossa furba la fai. Tanto, più nessuno va al bar con la roncola. Il vino era quello rosso della casa: andava giù delicato, pigro: ci metteva del bel tempo prima di trovare la strada per fare il solletico al cervello.
Il Tone faceva coppia fissa con il Piero; l’Angelì era invece quel giorno il socio di Pippo, perché l’Aldo era a letto con la badante della mamma, che era il suo pomeriggio libero. Della badante.
Il gioco andava via spedito, ci si scaldava, si alleggeriva il peso del vivere alle caraffe del rosso. Le partite di calcio erano finite da un bel pezzo, insieme ai sogni di vincite milionarie. Che poi cosa ci facevano, loro, con tutti quei soldi. Pippo, aveva sulle labbra uno strano sorriso, ma gli altri pensavano fosse perché aveva in mano delle belle carte.
Tò che l’Achille, il padrone del Caffè, tira lì un sacramentone che anche quelli della Tv fanno gli occhi così. “Osteria, ecco perché entrava più nessuno! Ha messo giù un metro di neve!”.  I quattro, imperterriti,  finirono la partita, poi andarono a controllare: aperta la porta, si trovarono davanti una muraglia bianca e gelida: il vento aveva schiaffato lì un paio di metri di neve, non c’era proprio verso di uscire.
“Pota, tocca che ci dai la cena!” rise il Tone. La Margherita, gentile consorte dell’Achille, ci mise niente a scaldargli il minestrone; poi un pollastrello nostrano con le patatine arrosto e un fiaschetto di rosso buono. Il Caffè Braga era già un buco di suo; con quella siberia c’erano solo loro quattro con i due proprietari e la figlia, la Luisona, mica tanto sveglia. Però faceva il caffè che venivano anche dai paesi vicini a berlo. Sarà che lo prendevano tutti ‘corretto grappa’; sarà che lei c’aveva due tette che quando ci buttavi dentro l’occhio, prima che usciva avevi bevuto tanto di quel caffè da far diventare matta la moglie tutta la notte, perché non riuscivi a chiudere occhio.
Alle nove di sera aveva messo giù un metro e mazzo, di neve, non si usciva neanche dalle finestre. Dopo la scopa erano passati alla briscola, col caminetto acceso e qualche altro calicino di ‘rosso della casa’. Chi si era mai accorto che quel semplice bar-caffè era bello e confortevole come un rifugio di montagna? Aveva ancora i tavoli e le sedie di una volta, di legno massiccio, coi tarli che si erano ambientati così bene da mettere su uno spaccio di segatura. Non gli davano tanto fastidio, solo un po’ quando facevano le riunioni di condominio. Volevano che l’Achille gli serviva da bere, però reclamavano sempre: a loro il vino piaceva solo se sapeva di tappo. Fortuna che c’erano appena quattro tavoli piccoli e uno grande, per quando venivano le nonne a giocare a tombola. Quelle però consumavano spuma e mangiavano il ciambellone fatto in casa dalla Margherita. Il segreto stava nella lavorazione tutta a mano: impastava la Luisona, che c’aveva due mani e due braccia che sembravano delle presse.

Facevano tre giorni che stavano rinchiusi là dentro a giocare a carte: nevicava ancora, i metri accumulati superavano i tre. La Tivù aveva detto: “… Ancora isolato il paese di Prato Chierico, in particolare la località Baol…”. Proprio quella dove si trovava il Caffè Braga: era come se parlavano di loro! L’elicottero non poteva volare e i muli erano tutti in pensione. La Protezione Civile stava cercando di organizzare i soccorsi, ma gli abitanti della zona gli avevano mandato a dire di prendersela comoda, che c’avevano buon rifornimento di viveri e di liquidi e insomma stare un po’ in casa al calduccio mica gli faceva schifo.
A quelli del Caffè non gli mancava proprio niente, avevano solo il problema della carta igienica: dopo tre giorni di minestrone… Il Braga non era attrezzato per queste emergenze, per via che i clienti erano sempre pochini e la padrona faceva mica tante scorte di rotoli. Meno male c’erano in giro un bel po’ di Gazzette dello Sport.
Dopo la scopa e la briscola e il tresette, erano passati alla briscola chiamata: siccome si gioca in cinque, avevano tirato dentro l’Achille. Tanto, per quel che c’aveva da fare.
Saranno state le nove della sera del terzo giorno, che sentirono bussare alla porta: “Chi vuoi che bussi, con la neve che c’è là fuori?”, pensarono tutti e tirarono diritto la partita. Bussarono di nuovo. “Luisona, va’ a vedere chi che c’è!” grugnì l’Achille, tutto preso da un difficile ragionamento sulla psicologia dei suoi compagni di gioco. Lei smadonnò, perché stava leggendo la ‘Novella 2000’, ma poi strisciò le ciabatte fino alla porta. L’aprì con un delicato strattone e poi sbuffò con la sua vocina da autista di caterpillar:
“C’è qui un pupazzo di neve che vuole entrare.”
“Luisona, raccontagliela a tua sorella!”
“Ma io ce l’ho mica, una sorella!”
“Appunto!” gridò il papà mollando un pugnone sul tavolo, da far rovesciare le caraffe del vino e le chicchere del caffè bello bollente, appena servito dalla Margherita (toccava mescolare un po’, se no solo col vino finiva che dormivano convinti di giocare a carte). Il padrone attaccò a ridere e gli avventori  gli fecero il coro. Il locale era piccolino e confortevole, il camino tirava bene e scaldava; fuori invece faceva proprio un freddo dell’ostrega, tanto che dalla porta entrò sparata una folata di vento ghiacciato che corse a scaldarsi le mani al fuoco.
“Sera fo la porta!*” urlò l’Achille.
“Lo faccio entrare o mica, il pupazzo?” brontolò tuono-Luisona.
Il papà si girò di scatto per dirgliene quattro ma cadde dalla sedia. Balbettava: “Po-porcodinci, gua-guardate là-là!”
Sulla porta stava lì impalato un pupazzo di neve che sbarbellava dal freddo, con la sciarpa e la berretta di lana:
“Fate entrare, per Allah! Io non uomo di neve, io spaventapasseri di Etiopia, scappato perché niente lavoro. Uccelli loro non mangia, se non magia non vola, se non vola non scappa. Loro muore di fame sul posto. Loro stronzi, lascia me disoccupato. Qui trovato questo lavoro, ma non bello: solo stagionale e mangiare carote e freddo. Qui dentro caldo, profumo minestrone e bella tettona”.
“Alà, porsèl!” gli  gridò l’Achille. “Vieni dentro che se no ci fai secchi tutti, con quel cagnasso di freddo che c’è la fuori!”. Gli mise una sedia sotto il culo, vicino al tavolo; la Margherita gli servì il minestrone bollente con dentro una bella crosta di parmigiano, per tirarlo su. Il rosso no, perché era musulmano e la religione non permette, neanche con tre metri di neve. I cervelli dei cinque maschi italiani furono squassati dallo stesso atroce incubo e provvidero subito a ringraziare mentalmente il dio Bacco di essere nati cristiani.
Fu a quel punto, rimbambito dall’eco del nome Etiopia, che Pippo Manaroli recuperò la memoria e il motivo per il quale era lì da tre giorni:
“Porcodinci voi, le carte, la neve e il vino! Se non era per questo bravo giovane mi dimenticavo di dirvi la cosa più importante: sarò ricco sfondato! Il mio Geronimo alla fine si è convinto e ha cominciato a mangiare i chicchi di caffè, interi, e poi a… a… insomma, a spararli fuori arricchiti come diceva quell’articolo là che mi ha dato il Carletto. Era questa la cosa importante che vi dovevo dire domenica pomeriggio; poi mi è passata su per la cappa del camino della memoria. Un bel brindisi, che offro io!”.
Quando già il fiaschetto cominciava a non dare più segni di vita, l’Angelì, con lo sguardo perso nella notte dei tempi, fece un rutto e sbottò: “Ma cosa ci c’entra questo qui?” disse indicando col pollice il pupazzo-spaventapasseri.
“Porcaloca, se c’entra! – scaracchiò Pippo – Quel somaro del mio asino si è deciso a fabbricare soldi proprio quando ha assaggiato il caffè che viene dalla sua terra, la Tiopia.”
“Et-tiopia” singultò l’extracomunitario, ormai vittima dell’ubriachezza passiva.
“Quella roba lì, insomma. E siccome io sono una persona generosa e riconoscente, ti prometto che appena mi arrivano i primi soldi del mio commercio ti assumo in pianta stabile come spaventapasseri nella mia campagna. Vitto e alloggio compresi e ti metto su anche le marchette e avrai gratis tutto il caffè che vorrai.”
Stavano per alzarsi tutti in piedi per applaudirlo, ma poi decisero che non era necessario tutto quello spreco di energie, anche perché le gambe si erano ritirate sull’Aventino. Fecero un caloroso brindisi da seduti. La Luisona portò l’ultimo giro del suo mitico caffè; poi, in compagnia della Margherita, se ne andò a nanna.
I maschi rimasero incollati alle loro sedie (da buoni montanari, erano gente molto previdente) e tirarono le due a cantare e raccontarsi storielle. Quelle dell’afro-pupazzo erano così piene di sole e di deserto che agli uomini gli si seccava sempre la gola. Con le relative conseguenze.
Sarà stato per quello che dormirono tutta notte come sacchi di legna stagionata.
La mattina, l’omarino bianco c’era più: vicino al camino, una pozza di acqua e basta. I cinque ci rimasero male, perché dai, va bene andar via senza salutare, ma la pipì falla almeno al gabinetto. Peccato, però, perché era anche simpatico.
Fuori, non nevicava più; il sole stava già riducendo la quota di colore bianco steso sul paesaggio. Insomma, si poteva tentare di uscire. I cinque uomini e le due donne si guardarono con gli occhi quasi umidi (“Eh, ‘sto camino tira male”, sbuffò l’Achille): avevano trascorso insieme tre belle giornate e nottate, senza tante pretese e con poca spesa. I quattro amici si allontanarono dal Caffé Braga carezzandolo con lo sguardo, come non avrebbero fatto nemmeno con una delle loro bestie.
A tal proposito. Pippo, subita l’affettuosa rampogna della sposa, si incamminò verso la stalla, chiedendosi perché si sentiva spinto a farlo. La lunga nevicata gli aveva un po’ appannato il cervello, ma quando Geronimo gli venne incontro caracollando, quasi gettandogli le zampe al collo, ricordò tutto alla perfezione, aiutato anche dall’alito del somaro. Esalava infatti un forte odore quasi di caffè, ma molto più intenso e con venature d’altra origine. Il quadrupede era vispo come non mai, un po’ schizzato addirittura; l’avresti detto fatto di coca.
Il Manaroli ebbe un vago presentimento, accompagnato da un contorcimento delle budella. Corse dentro la stalla, dritto alla mensola dove aveva depositato i chicchi ad essiccare: vuota! Guardò Geronimo, che gli strizzò l’occhio destro ed emise un flautato raglio d’estasi da sotto la coda. Prima di darsi alla fuga, appena intuì le intenzioni del suo padrone.
Pippo stava per rincorrerlo con un bastone, quando gli esplose in testa il ricordo del pupazzo-spaventapasseri, di come era svanito nel nulla. Era destino che tutto quello che veniva dalla Tiopia sparisse dalla sua vista. Rifletté quei quattro o cinque secondi, poi pensò: “Va’ al diavolo quelli che bevono il caffè che esce dal sedere e va’ al diavolo tutti i soldi che gli vanno dietro. Ma siamo  mica stati bene anche senza, chiusi dentro il Caffè dell’Achille?”.
Poi urlò: “Geronimo, vieni qui che ti faccio niente! Sei un somaro ma ti voglio bene uguale.”
Girandosi verso la casa: “Emma, metti su un bel caffè, ma di quello col pentolino, che se no l’asino mi sta sveglio tutta notte.”  
Dall’altra parte del mondo un nutrito gruppo di piccoli Lowak era riunito in assemblea: si erano stufati del gioco del cacacaffè e volevano inventarne un altro, per continuare a divertirsi alle spalle di quella specie di mammalucchi spelacchiati che gli correvano dietro per frugargli negli escrementi.
Dalla missione lì vicino arrivava un intenso aroma di caffè appena fatto. Al Padre glielo mandavano dall’Italia, nelle confezioni sigillate e lui se lo preparava con la moka Bialetti vecchia di vent’anni. Da sei, perché lo preparava anche per le suore e i volontari.
Ai lowak, come sempre, sarebbero toccate le tazzine da leccare fino allo sfinimento.

* “Chiudi la porta!”


Ultima modifica : giovedì 29 luglio 2010

   

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Di: neruda (Registrato) 03-08-2010 17:26

Ti ho letto

Di: neruda (Registrato ) 03-08-2010 17:26

benniano. 
Qui il genere non acchiappa,troppa ironia e qui non è di casa. 
Ciao Trap alla prossima. 
Roberto.

 

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AHAHAHAHAHAHAHAH

Di: Anansi (Registrato) 02-08-2010 09:02

AHAHAHAHAHAHAHAH

Di: Anansi (Registrato ) 02-08-2010 09:02

oddio trap come mi son divertita, ti assicuro che avevo le lacrime agli occhi dal ridere. piaciuto tantissimo e divertita tantissimo! lo stile scorrevole e volutamente colloquiale ha aiutato tanto e in quell'osteria c'ero anch'io! davvero! COMPLIMENTI!!!! :)

 

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